Léo Ferré in 5 canzoni

Léo Ferré è il protagonista dell’omonimo festival che si svolgerà al Teatro Concordia di San Benedetto del Tronto da giovedì 13 a sabato 15 giugno. È stato uno dei più grandi cantautori in lingua francese del dopoguerra ed ha trascorso gli ultimi 20 anni della sua vita a Castellina in Chianti, nelle colline del senese.
Léo nasce nel Principato di Monaco il 24 agosto 1916 da Joseph, direttore del casinò di Monte Carlo e da Marie Scotto, sarta di professione. Scopre il canto a 7 anni e già a 14 scrive il suo primo componimento per una messa a tre voci, Kyrie. Debutta in pubblico all’Accademia di Belle Arti di Monte Carlo nel 1941, due anni prima del matrimonio con Odette Schunk.
Ma sono le ideologie del dopoguerra a segnare l’uomo e il cantante che Ferré diventerà. Trasferitosi a Parigi nel 1946, il giovane cantautore monegasco si avvicina all’ambiente anarchico e poi al sottobosco politico preludio del sessantotto.
Le sue canzoni infiammano sotto le pietre tematiche dell’amore, della noia, della violenza e dell’anarchia. In quegli anni scrive canzoni contro Pinochet (“Allende“), De Gaulle (“Mon General“), Pio XII (“Monsieur tout blanc“) e stringe amicizia con molti esiliati spagnoli. Alcuni dei suoi pezzi più importanti sono stati cantati da Edith Piaf e dalla sua  fedelissima interprete Catherine Sauvage.
Memorabili le bordate di emancipazione sessuale e i decadenti inni all’amore perduto: denuncia, lotta e sentimento restano le cifre stilistiche che fanno rientrare Ferré a pieno titolo nella ricca generazione di chansonniers francesi quali Jaques Brel, Charles Aznavour, Serge Gainsbourg e Georges Brassens.

Abbiamo selezionato per voi 5 pezzi:

1) “Tu non dici mai niente” è una delle sue opere conosciute. Qui la musica e le parole sfiorano l’ermetismo.

 

2) “Col tempo”, versione in lingua italiana di Avec le temps del 1972. La canzone è stata interpretata successivamente da Gino Paoli, Dalida, Patty Pravo e nel 2003 da Franco Battiato.
«Quando il sabato sera, la tenerezza rimane senza compagnia…»

 

3) “La solitudine”, scritta nel 1972
«La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi, la chiameremo felicità..

 

4) “Gli Anarchici”, esistenziale e melanconico manifesto di chi credeva percorribile la via dell’anarchia

5) L’ultima è “Il tuo stile”, una struggente poesia che fonde la sacralità della donna con la futilità del mondo circostante.
«Tutti questi rumori dentro i quali ti immergi, nei quali ti esilio per amarti da lontano… Di te mi piace ciò che posso immaginareinseguendo nell’aria i contorni di un gesto, la tua bocca inventata al di là del volgare…»

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