Festeggiamo! Scultura Viva compie 18 anni

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Dal 7 al 14 giugno prossimi si terrà, lungo il Molo Sud del porto di San Benedetto del Tronto la diciottesima edizione di Scultura Viva, il simposio d’arte organizzato dall’Associazione l’altrArte in collaborazione con il Comune, l’Associazione Albergatori Riviera delle Palme, la ditta Europneumatica e altre aziende del territorio.

Nell’arco di diciotto anni sono state realizzate ben 145 opere d’arte, delle quali 135 sculture con il travertino degli scogli e 10 pitture murali, che costituiscono il Museo di Arte sul Mare.

E allora quest’anno si festeggia, con un contest su Instagram: insieme a @cittasbt@IgersPiceni, @gotourism e @picenopass  vi invitiamo ad usare il tag #sculturaviva18 per partecipare al challenge dedicato all’edizione 2014 e #seablutour per celebrare “Marche in Blu” la festa della Bandiera Blu che si terrà sabato 21 giugno in tutte le 17 località costiere delle Marche che hanno ottenuto il vessillo di qualità ambientale.

Da sabato 31 maggio fino a mercoledì 18 giugno godetevi una bella passeggiata al molo sud di San Benedetto del Tronto e taggate i vostri scatti con #sculturaviva18 e #seablutour 😉

Una giuria composta da rappresentanti dei partners dell’evento selezioneranno gli scatti migliori che si aggiudicheranno i seguenti premi: 1° CLASSIFICATO: cena di pesce per due persone al ristorante “Il Pescatore” di San Benedetto del Tronto offerta dall’Associazione Piceno Turismo (APT), 2° CLASSIFICATO: cena di carne per due persone al ristorante “Kontatto” di Pagliare del Tronto, 3° CLASSIFICATO: buono per due persone in un centro benessere offerto dalla “Stemar Viaggi”, 4° CLASSIFICATO: buono spesa presso il supermercato “Conad” di p.zza Tortora a San Benedetto del Tronto. I vincitori potranno ritirare i premi nella notte tra sabato 21 e domenica 22 giugno quando a partire dalle 0,30 al molo sud si terrà “A.MAM.I di notte” una visita guidata in notturna del MAM – Museo d’Arte sul Mare, una delle tante iniziative inserite nel ricco programma di “Marche in blu”.

Maggiori info sul challenge sul sito del Museo di Arte sul Mare.

Buon divertimento!

#sculturaviva18 #seablutour #mam #igersitalia #igersmarche #igerspiceni #gotourism #maredelpiceno #picenopass #marcheinblu #destinazionemarche

Watermelon Art: l’arte del cocomero

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La fantasia non ha limiti, lo sappiamo, e quando partorisce novità, anche strambe, riesce a stupire sempre. E’ il caso della Watermelon Art, l’arte di intagliare il cocomero e crearne, tramite la polpa e la scorza, i soggetti più disparati.
Un video riassume i best of delle angurie artistiche, eccolo qui:

Il web è pieno di video, tutorial e curiosità sulla Watermelon Art, in particolar modo di immagini. Ne abbiamo selezionate dieci per voi, guardate la gallery:

Castelli di sabbia

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 Sabbia e acqua sono elementi tanto semplici e primitivi quanto, miscelati insieme, un impasto miracoloso per costruire sculture sugli arenili di tutto il mondo.
Sulla spiaggia il castello di sabbia è uno dei più classici passatempi per i bimbi muniti di paletta e secchiello e per i tanti artisti che nelle competizioni dedicate si destreggiano con coltellini e mirette nella realizzazione di vere opere d’arte.
Abbiamo detto che bastano sabbia e acqua per dar vita alla nostra immaginazione in riva al mare. Dobbiamo aggiungere che l’acqua da miscelare con la sabbia può essere sia di mare che di fiume: non è infatti, come ritenuto da molti, il sale a fare da collante per la resistenza della scultura, bensì le molecole stesse contenute nell’acqua le quali, avendo sia carica negativa che positiva, fungono da vere e proprie calamite. Per dare consistenza e forma all’opera sono necessari coltellini o scalpellini per il legno, uniti ovviamente a tanta fantasia e manualità.
In Italia la più importante gara si svolge a Jesolo, cittadina veneta in cui ogni anno dal 1998 decine di professionisti e appassionati si danno appuntamento per il Festival internazionale delle sculture di sabbia, evento dedicato ogni edizione ad un tema diverso. Altra curiosità sabbiosa sono i presepi che molte città organizzano nel periodo natalizio, come quelli di Città di Castello, Cesena e Rimini.

Ecco la costruzione di una scultura sulla costa di Los Angeles ripresa con la tecnica del time-lapse:

L’espressione “castelli di sabbia” oggi indica un qualcosa di volubile, una costruzione mentale fragilissima e di breve durata. Per quanto riguarda la stabilità e la durata dei castelli di sculture reali, invece, una maggiore sicurezza si ottiene quando il volume dell’acqua utilizzata non supera l’1% di quello della sabbia. Oltre alla composizione dell’impasto, bisogna far attenzione anche ai rapporti tra base ed altezza della struttura: il rapporto ideale è stato calcolato da un’equipe di scienziati, secondo i quali l’altezza massima che può raggiungere una colonna di sabbia senza franare è pari alla radice cubica del quadrato del raggio della sua base.

Un breve video su come costruire una scultura di sabbia:

Il Polittico di Carlo Crivelli a Montefiore dell’Aso

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Montefiore dell’Aso, tipico borgo di stile medievale, offre gradevoli scorci e preziose testimonianze artistiche: tra queste il Polittico di Montefiore, un dipinto a tempera e oro su tavola di Carlo Crivelli, databile al 1470-73 circa e oggi purtroppo smembrato tra musei europei e americani. Basti dire che il pannello della Pietà si trova oggi alla National Gallery a Londra, mentre una tavola della predella è conservata al Metropolitan Museum di New York. Tra gli altri musei del vecchio e del nuovo continente che vantano la presenza di parti dell’opera ricordiamo anche Honolulu, Bruxelles e Detroit. Il polittico, che originariamente era la pala d’altare della Chiesa di San Francesco di Montefiore, rimase nelle sede originaria fino alla metà del secolo scorso, quando numerosi pannelli vennero ceduti all’antiquario romano Vallati che, dal 1859 al 1882, li disperse fra diversi acquirenti. Ignorato dalla critica fino all’inizio del nostro secolo, spetta al Cantalamessa nel 1907 il primo riferimento al Crivelli.

Probabile ricostruzione del Polittico di Montefiore dell'Aso

Probabile ricostruzione del Polittico di Montefiore dell’Aso

L’opera era disposta su due registri, uno centrale con figure a dimensione intera e uno superiore con mezze figure sotto arcatelle. Anche la predella, in basso, doveva mostrare scomparti con mezze figure organizzate come se si affacciassero da un loggiato e rappresentanti Gesù benedicente al centro degli apostoli.
Ultimamente secondo gli studiosi d’arte sembra più verosimile circoscrivere il numero delle tavole a undici, quante se ne ritrovano nel Polittico di Ascoli, piuttosto che a tredici come si è creduto per lungo tempo. Tre tavole sono andate perdute (o cinque se si segue l’antica ipotesi dei tredici elementi): due della predella e il santo a mezza figura che sovrastava la figura di San Francesco.
Le tavole rimaste a Montefiore, sei pannelli che sono stati ricomposti a formare un arbitrario trittico, si trovano nel Polo Museale di San Francesco, situato nell’ex-convento trecentesco di San Francesco. Tale ricomposizione ha nell’ordine inferiore tre santi a tutta figura, che originariamente erano disposti attorno alla Madonna in trono col Bambino che si trova oggi a Bruxelles, e tre santi a mezzo busto dell’ordine superiore. In particolare i santi a figura intera sono Santa Caterina d’Alessandria, San Pietro apostolo, e Santa Maria Maddalena. I mezzi busti invece raffigurano il Beato Giovanni Duns Scoto, Santa Chiara, e San Ludovico da Tolosa.
Oggi san Pietro è al centro del trittico, ma, originariamente, doveva essere il primo pannello di sinistra accanto alla Madonna. Si tratta di una delle raffigurazioni del santo più riuscite del Crivelli: il volto serio e fisso sull’osservatore ha un’espressione caricata, quasi grottesca. Le mani, tipicamente crivellesche, con una cura quasi maniacale dell’anatomia (tendini, vene, articolazioni), reggono un corposo volume e le pesanti chiavi del Paradiso. Accanto a san Pietro sia nel trittico che, secondo la ricostruzione, nel polittico, sta santa Caterina d’Alessandria rappresentata in vesti principesche. Ella regge con la punta delle dita della mano destra la palma del martirio e con l’altra mano la ruota dentata. La castità verginale della santa è sottolineata dal contegno dell’atteggiamento e dalla pudicizia della sua veste e del velo che le copre i capelli, in sottile contrasto con la Maddalena, la quale è considerata uno dei capolavori di Crivelli, a cominciare dall’interpretazione che il pittore ne diede, tenendo conto del suo essere emblema del peccato e della redenzione attraverso la penitenza.
Il celebre sguardo di profilo della donna, sorridente e un po’ ammiccante verso lo spettatore, allude al passato da cortigiana della santa. Ciò rompe l’atmosfera di serietà trasmessa dalle altre figure e si avvicina allo spettatore in una dimensione molto più umana, non estranea a un sottile erotismo.
Il trittico è stato sottoposto a restauro nel 1960 a Firenze, in occasione della Mostra di Venezia.

Dove: Montefiore dell’Aso, Piazzale San Francesco 1.
Orari: giugno: festivi e prefestivi 10-13 e 15-18: luglio agosto e settembre tutti i giorni (lunedì solo nel mese di agosto) 17-20 16.00, festivi e prefestivi anche mattino 10-13.
Prezzi: intero: 3,5 €; ridotto: 2 €; possibilità di acquistare al costo di 10€ il biglietto Musei Piceni che consente l’accesso ai 4 poli museali di Offida, Ripatransone, Montefiore dell’Aso, Monterubbiano.
Info e prenotazioni: 0734.938743 – 328.1775908.

Chi è Carlo Crivelli

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A Carlo Crivelli è dedicata l’omonima sala situata all’interno del Polo Museale di San Francesco, a Montefiore dell’Aso. Lì è esposto il trittico che il pittore veneto realizzò agli inizi degli anni ’70 del Quattrocento per la Chiesa dei Minori Conventuali di Montefiore (1470-1473 circa). Parte dell’opera, che originariamente era un polittico, fu venduta nell’Ottocento sul mercato dell’antiquariato. Le tre tavole rimaste, raffiguranti i frati francescani, testimoniano la committenza di questi ultimi e l’importante ruolo che ebbero nella cultura dell’epoca.

Probabile ricostruzione del Polittico di Montefiore dell'Aso - 1471 ca

Probabile ricostruzione del Polittico di Montefiore dell’Aso – 1471 ca.

Carlo Crivelli Nasce a Venezia e studia a Padova, ma è nelle Marche che prende forma viva e concreta il suo percorso di artista, e nelle Marche rimane fino alla morte, lavorando tra Ascoli Piceno, Fermo e Camerino.
Il Crivelli è ritenuto il più importante artista attivo nel bacino dell’Adriatico – escludendo la massiccia produzione della Laguna veneta –
Inserito nel panorama artistico della seconda metà del ‘400, il pittore dalmata sembra riflettere a pieno lo spirito del tempo, ossia l’oscillazione tra le novità prospettiche che si andavano affermando e l’espressionismo di quel periodo, mentre permangono in lui residui di matrice tardogotica, fatti di arabeschi e tratti dorati. Molto diverso dai suoi contemporanei e conterranei, come ad esempio il grande Giovanni Bellini, non arrivò a restituire come al pari di questi il respiro atmosferico, ma cercò di inserire sempre nelle sue opere momenti di spiccato realismo, seppur in un contesto di fissità e astrazione.
Della sua vita sappiamo poco, a causa degli scarsi documenti ritrovati, e quel poco lo dobbiamo alle opere stesse, che ci permettono di ricostruire i suoi spostamenti nel corso degli anni. Figlio del pittore veneziano Iachobus de Chriveris, fu probabilmente apprendista nelle botteghe di Antonio Vivarini, Giovanni d’Alemagna e Bartolomeo Vivarini. Già allora il giovane Carlo guardava alla grande arte di Donatello e Filippo Lippi.
E’ tuttora difficile attribuirgli opere risalenti a quel periodo. Quel che è certo è la sua firma apposta al Polittico di Massa Fermana (1468), mentre l’anno successivo era già quasi sicuramente ad Ascoli Piceno.
Nel 1473 realizza il Polittico di Sant’Emidio per il Duomo di Ascoli e il decennio successivo opera a Camerino, città per la quale esegue il Polittico di San Domenico di Camerino (1482), oggi smembrato tra la Pinacoteca di Brera a Milano, lo Stadel di Francoforte e la collezione Abegg-Stockar di Zurigo.
Dopo aver dimostrato tutte le sue capacità nei polittici, Crivelli accoglie la novità esterna della pala d’altare:  ne sono straordinari esempi l’Annunciazione di Ascoli (1486) e la Pala di San Francesco a Fabriano (1493). L’Annunciazione, conservata oggi alla National Gallery di Londra, è uno dei capolavori più rappresentativi del Rinascimento nelle Marche: qui il connubio tra decorativismo gotico e razionalità prospettica rinascimentale raggiungono l’apice. La Pala di San Francesco, conosciuta anche con il titolo di Immacolata Concezione, è costituita dalla scena principale raffigurante l’incoronazione della Vergine, di grande spessore formale e tecnico.
In particolare, è proprio la National Gallery di Londra a dedicare un posto di rilievo al Crivelli. Il pittore è infatti il protagonista della Room 59 del museo londinese, in cui sono conservati i suoi dipinti più importanti. Fra questi, oltre all’Annunciazione, si annoverano:
La Madonna della Rondine (1490), commissionato da Ranunzio Ottoni, signore di Matelica e da Giorgio di Giacomo, custode del convento francescano.
Santi Pietro e Paolo (1470 ca), parte di un polittico conservato nella chiesa di San Giorgio, a Porto San Giorgio.
San Michele (1476 ca), figura che costituisce il quarto pannello di una pala d’altare proveniente da Ascoli Piceno. San Michele è l’arcangelo che, secondo la Bibbia, guidò l’esercito di Dio contro gli angeli ribelli capitanati da Lucifero. Viene spesso raffigurato con indosso un’armatura mentre sconfigge il demonio.
The Demidoff Altarpiece (1476): pala composta da molti pannelli che fu dipinta dal Crivelli nel 1476 per l’altare maggiore della Chiesa di San Domenico, ad Ascoli Piceno.

Le maggiori opere di Carlo Crivelli – Guarda la gallery:

Chi è Laura Morante

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Laura Morante si esibirà stasera 9 agosto al Teatro Concordia di San Benedetto del Tronto, in occasione dell’ultimo appuntamento dell’Open Sea Festival. L’attrice italiana si calerà nei panni di Babette Hersant, rivoluzionaria protagonista del Pranzo di Babette. Il racconto, scritto nel 1958 dalla danese Karen Blixen, narra la vicenda di due anziane sorelle puritane e del loro incontro con la cuoca parigina Babette, rivoluzionaria costretta a fuggire da Parigi, alla quale le due danno ospitalità in cambio di un aiuto nelle mansioni domestiche.

Considerata una delle attrici italiane più rilevanti a livello internazionale, la Morante ha esordito appena diciottenne al fianco del grande Carmelo Bene, interpretando Ofelia nella tragedia Amleto (da Shakespeare a Laforgue), versione televisiva del 1974 basata sul precedente Un Amleto in meno (1972).
Eccola con Bene nei panni di Amleto e Lydia Mancinelli in quelli di Kate:

Il suo debutto cinematografico risale al 1980, con il film “Oggetti smarriti” per la regia di Giuseppe Bertolucci, mentre è nell’81 che incontra il regista che la consacrerà definitivamente al grande pubblico, Nanni Moretti. Con lui gira nello stesso anno “Sogni d’oro”, poi “Bianca” (1984) ed infine “La stanza del figlio” nel 2001.
In Bianca, Laura è la giovane professoressa di francese con cui il protagonista, interpretato dallo stesso Moretti, tenta invano di stabilire una relazione. Qui in uno dei dialoghi esistenzialisti e malinconici tipici del cinema morettiano:

Un talento predestinato a ruoli drammatici, certo, ma che non si tira indietro di fronte a ruoli all’apparenza più frivoli, come dimostra Ferie d’agosto, commedia di Virzì del 1995. Nel 2001 la Morante contribuisce al grande ritorno di un film italiano sul palco di Cannes. A digiuno di premi da 23 anni, il 54° Festival premia l’Italia con la Palma d’oro per La stanza del figlio, film con il quale Laura vince anche un David di Donatello come migliore attrice protagonista, un Nastro d’argento, un Globo d’oro ed un European Film Awards.

Festival del documentario Premio Libero Bizzarri, il programma

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Il premio Libero Bizzarri giunge quest’anno alla sua ventesima edizione. Dopo la grande festa dell’8 luglio alla Casa del Cinema di Roma, la rassegna del documentario approda a San Benedetto del Tronto.
La Palazzina Azzurra di San Benedetto sarà il teatro di proiezioni e il palcoscenico di grandi ospiti dal 14 al 20 luglio 2013. Novità di questa edizione, l’introduzione di un workshop esperenziale intitolato “Il confine sottile della precarietà”, il cui percorso formativo intende preparare giovani film-makers a tutto quello che c’è da sapere sul mondo del documentario: da domenica 14 a venerdì 19 l’intera giornata del workshop sarà dedicata a riprese in giro per il territorio piceno, lezioni teoriche di cinema ed operazioni di editing dei filmati. Il seminario si volgerà nell’Auditorium della Scuola Moretti, sempre a San Benedetto, mentre venerdì 19 in Palazzina verranno proiettati i lavori realizzati durante la settimana.

«Il bello del documentario è capire a 360 gradi la realtà che si sta filmando, rimanendo sempre in ascolto, sempre in attesa di qualcosa che paradossalmente può arricchire il progetto originario: quando questo evento si materializza e lo si riesce a cogliere con la macchina da presa, allora si ha in bocca un sapore di verità che nessun film di finzione può avere: è la kinopravda di Vertov, i famosi 24 fotogrammi di verità al secondo…» 

L’evento è sponsorizzato dalla Regione Marche, dalla Provincia di Ascoli Piceno, dal Comune di San Benedetto del Tronto e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.


Il programma del Festival:

Domenica 14 luglio:

Programma-premio-libero-bizzarri-2013

Lunedì 15:

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Martedì 16:

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Mercoledì 17

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Giovedì 18:

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Venerdì 19:

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Sabato 20:

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La vera storia del gabbiano-pilota Jonathan Livingston

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Al gabbiano Jonathan Livingston è dedicato il monumento posto all’estremità del primo braccio del Molo Sud di San Benedetto del Tronto, realizzato nel 1986 dall’artista Mario Lupo. L’opera, un enorme cerchio di bronzo (8 metri di diametro) aperto sull’orizzonte, è un omaggio all’operosità instancabile della gente di mare, da sempre tesa al sacrificio e al superamento dei propri limiti. Una manciata di gabbiani in basso ed uno, uno solo, ad ali spiegate sul punto più alto della circonferenza: “egli imparò a volare, e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare. Scoprì che erano la noia e la paura e la rabbia a rendere così breve la vita di un gabbiano”, si legge quasi alla fine del bestseller “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach, romanzo pubblicato nel 1970.
Jonathan è il reietto dello Stormo Buonappetito, rimproverato da genitori e compagni di non essere d’aiuto nella ricerca del cibo. Se per gli altri infatti la possibilità di volare è un mezzo per procacciare prede, per il protagonista lo sbattere d’ali è il fine stesso, è la passione, è l’acrobazia, è velocità del corpo che tenta di eguagliare quella del pensiero.
Abbandonato il suo stormo, Jonathan continua a perfezionare da solo l’arte del planare. Altri dissidenti si accompagnano a lui, affascinati dalla ricerca del volo perfetto. E di volo in volo Jonathan approda ad un livello superiore di conoscenza, prima al “Paradiso dei Gabbiani”, poi sempre più in alto sino alla dissolvenza finale, nella quale lascia il posto al gabbiano Fletcher Lynd, ormai maturo per portare avanti la sua missione.
Anche chi soffre di vertigini ha volato con lui in questa favola dai mille possibili significati che ha incantato generazioni di grandi e bambini.

Lasciando da parte le interpretazioni – di ogni libro se ne potrebbero dare mille e nessuna – torniamo alle dichiarazioni dell’autore dopo l’inaspettato boom di vendite del romanzo. Bach affermò che l’idea del gabbiano fu ispirata dalla storia di un pilota acrobatico statunitense di nome John Livingston. Un nome oggi sconosciuto ai più, perso nella moltitudine di aviatori militari di quegli anni, Johnny era un gabbiano solitario e pacifico che si allontanava dagli stormi bellici delle due guerre mondiali.
Nato il 30 novembre del 1897 a Cedar Falls (Iowa), John “Johnny” Livingston si appassiona sin da giovanissimo ai motori ed arriva a “bucare il cielo” nel 1920, anno in cui comincia a lavorare con la Iowa Airplane Company. Nel 1928 vince la Transcontinental Air Derby, “gara d’aria” con partenza da New York e arrivo a Los Angeles. Due anni dopo acquista il velivolo Monocoupe 110 da utilizzare in gara. Ma le ambizioni del pilota precorrevano i tempi e rincorrevano i rischi e l’imprevedibilità della tecnologia, tentando di minimizzare i primi e migliorare la seconda. All’aereo Livingston modificò il carrello di atterraggio, il cofano e la potenza del motore, prima di mandarlo in fabbrica per far accorciare l’ala da 11 ad 8 metri. Con quel “pericolosissimo” Monocoupe Special, Johnny vinse 41 competizioni su 65.
All’alba degli anni trenta Johnny era diventato, come si suol dire, quello da battere. Dal 1926 al 1933 annotò in un taccuino i suoi guadagni lordi, che ammontavano all’incirca a 53.500 dollari. Considerata l’entità della somma, e soprattutto inserendola nel contesto della Grande Depressione americana, è chiaro come il pilota americano abbia segnato la storia dell’aviazione mondiale, oltre a quella, ben più importante, dell’umanità, fatta di continui limiti e relativi superamenti, anche quando tutto sembra già fatto e scritto.
Nel 1935 Livingston aveva all’attivo più vittorie di qualsiasi altro pilota d’aerei al mondo.

Dal necrologio uscito sul New York Times il 3 luglio del 1974:

John H. Livingston, l’uomo che ha ispirato il best-seller “Il gabbiano Jonathan Livingston”, è morto domenica al Pompano Beach Airport (Florida) subito dopo aver completato il suo ultimo viaggio in aereo.
Fu Richard Bach a dire che il suo romanzo era stato ispirato dal signor Livingston.
Johnny Livingston, come è noto, si era trasferito molti anni fa dall’Iowa in Florida. È stato uno dei migliori piloti del paese degli anni venti e trenta.
Dal 1928 al 1933 ha vinto 79 primi posti, 43 seconde posizioni e 15 medaglie di bronzo in 139 gare in tutto il paese, molte delle quali a Cleveland.
Livingston lascia la moglie, Wavelle, due fratelli e quattro sorelle.

John Livingston è scomparso il 30 giugno del 1974, stroncato da un attacco di cuore subito dopo aver testato in volo un Pitts Special. Probabilmente non immaginava che la metafora della sua vita avrebbe fatto il giro del mondo. Di certo rimane il suo primo Monocoupe, restaurato tra il 1996 e il 2006, attualmente in volo.

Foto di repertorio:

Cosa faceva Gene Gnocchi prima di cominciare a scrivere libri

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Questa sera alle 21.30 il comico e conduttore televisivo Gene Gnocchi sarà al Circolo Tennis Maggioni di San Benedetto del Tronto per presentare il suo ultimo libro, Il gene dello sport (Bompiani, 2013), nell’ambito della rassegna estiva “Incontri con l’autore”. Non è il primo libro per Gene, che ha già all’attivo altre 11 pubblicazioni, l’ultima (Petuccioni primordiali) edita in formato ebook. Anche questa sua ultima fatica letteraria, sulla falsa riga delle precedenti, è una critica ironica e tagliente che ha come bersaglio grandi stelle dello sport, Tiger Woods su tutti.

Ma facciamo un attimo un passo indietro. Siamo alla fine degli anni ’70 e Gene (classe 1955) è un giovane parmigiano laureato in giurisprudenza e possiede già quello che sarà un gene (perdonate la ripetizione necessaria) del suo dna di comico, la erre arrotolata fiorentina.
Dopo un breve e fallimentare tentativo nel mondo dell’avvocatura (di quest’esperienza dirà in seguito: “Avevo solo tre clienti e quando uno dei tre è morto ho capito che forse quella lì non era la mia carriera” ) si butta nel rock, chiosando anni più tardi più o meno allo stesso modo: “Io sono un cantante che ha spaccato a metà la critica: quelli che mi volevano bene dicevano che ero il Ray Charles bianco, mentre quelli che mi volevano male dicevano che ero il Toto Cutugno nero”. Nel frattempo si diletta nel giuoco del calcio con discreti risultati, arrivando ad indossare la maglia dell’Alessandria, squadra che al tempo militava in serie C.

Il suo debutto televisivo risale intorno alla metà degli anni ’80. Come avvenne per molti altri personaggi, anche la sua carriera cominciò prima sul palco dello Zelig di Milano poi tra le poltroncine del Maurizio Costanzo Show.
Nel 1989 viene selezionato per lo show della Gialappa’s intitolato Emilio, condotto da Teo Teocoli:

Questo invece è un estratto datato 18 marzo 1994 de L’approfondimento, trasmissione in onda su Rai3, in cui commenta con il suo solito piglio ironico i fatti del giorno.

Nel 1996 Gene si aggiudica un ruolo nella pellicola Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica diretta dalla regista Lina Werthmuller (la stessa di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto, per intenderci). Ecco il trailer del film:

L’anno dopo (1997), insieme al fido compagno di palco Tullio Solenghi, conduce il celebre varietà televisivo Striscia La Notizia. Qui sotto uno spezzone, interno al programma, intitolato “Striscia la Berisha”, parodia in versione albanese del programma:

Alla fine degli anni ’90 Gene è ormai un comico acclamato e conosciutissimo al grande pubblico. La sua poliedricità sa adattarsi ai mutamenti del gusto dei telespettatori e di riflesso anche a quelli dei palinsesti televisivi. Diventa l’anima del domenicale Quelli che il calcio…, e si cimenta con successo in alcune trasmissioni di prima (Meteore) e seconda serata (Dillo a Way, La grande notte), prima di passare all’emittente Sky (2008).
Attualmente collabora con R101 ed è ospite fisso della Domenica Sportiva.