Juttenìzie

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Il foto-racconto di “Juttenìzie – Ghiottonerie nel Borgo”, il tour eno-gastronomico itinerante che coinvolge i vicoli e le attività del Paese Alto di Grottammare nelle prime tre domeniche di settembre (1, 8 e 15).

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Grottammare Alta, una juttenìzia

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Assaporare atmosfera, cultura e tradizioni. Una cena itinerante per vivere il Borgo di Grottammare guidati da delizie e ghiottonerie. Un itinerario di gusto e paesaggio, profumo e musica, per una grande festa gourmande: questa l’introduzione a Juttenìzie, il nuovo percorso di degustazione che, con i suoi sapori, gli echi di tango argentino e le opere d’arte disseminate qua e là, attraverserà e coinvolgerà nelle tre domeniche di settembre i vicoli del vecchio incasato di Grottammare.
Quello di domenica scorsa è stato il debutto ufficiale, un ouverture coi fiocchi visti i risultati: oltre 700 partecipanti e l’entusiasmo e la voglia di far meglio da parte di esercenti e cittadini in vista degli appuntamenti dell’8 e del 15 settembre. L’iniziativa, nata dal focolaio culturale dell’associazione “Paese Alto”, ha colto al volo l’intraprendenza dei due giovani titolari della Salsamenteria San Giovanni, che ad inizio giugno hanno buttato lì l’idea di riunirsi ed organizzare quello che vuole essere un vero e proprio plauso alla bellezza del borgo, per loro fonte quotidiana di lavoro e meraviglia.
Ma addentriamoci nei vicoli dell’incasato, ed andiamo a scoprire il tragitto della manifestazione e le sorprese che ci riserva.

Percorso Juttenìzie Grottammare Alta
Il preludio alla prima tappa di Juttenizie è il Ghiotto Point, ovvero la biglietteria, situata ai piedi della pizzeria Papa Sisto e all’imbocco di Via San Giovanni. E da qui, accompagnati dalla musica del territorio organizzata dal B&B Villa Fiorita, procediamo con il calice di vino che ci hanno consegnato all’ingresso e che ci riempiranno ad ogni tappa. A far da contorno alle specialità infatti, lo ricordiamo, non mancano arte e musica: musei e chiese aperte per l’occasione (basti citare il Museo del Tarpato, il Teatro dell’Arancio e il Museo Comunale Pericle Fazzini), mentre sulle note suadenti del tango ballerini professionisti si esibiscono negli scorci più suggestivi del paese.

ristorante pizzeria Papa Sisto - Grottammare

La I vera tappa è proprio il ristorante pizzeria Papa Sisto, che ci spalanca metaforicamente le porte al percorso grottammarese. Qui gustiamo, a farci da antipasto, fritti misti abbinati ad un calice di Falerio Bio “Terra Fageto”.

Salsamenteria San Giovanni Grottammare Alta

 

 

II tappa: Salsamenteria San Giovanni. Esaltatasi in questa prima edizione per grande senso di ospitalità, assistenza e cura metodica da parte dei gestori, la pizzicheria ci delizia il palato con:
Norcinerie
Passerina Poderi Capecci San Savino
Dall’omonima piazzetta della Salsamenteria continuiamo verso Piazza Peretti, cuore del borgo antico in cui si affacciano gli edifici cardine della vita del paese: l’antico municipio, il teatro, con le sue logge, e sulla destra la Chiesa di San Giovanni.

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Terza tappa, siamo al Monfleurie Bar a Vino, per uno sfizioso appetizer composto da focaccia e formaggi con marmellata, il tutto bagnato da un buon calice di Cerasuolo Villa Medoro. Siamo quasi giunti a metà percorso con l’appetito ancor più stuzzicato e il palato che comincia gradualmente a soddisfarsi. Sostiamo solo un attimo fra il terzo e il quarto punto di ristoro per ammirare l’esposizione di due giovani architetti, uno di Grottammare e l’altro pugliese.

Per la IV tappa basta girare le spalle, ci troviamo davanti all’Osteria dell’Arancio che spadella per noi i maccheroncini di campofilone e ci offre un delizioso Rosa Rosae “Torre dei Beati”. Scendendo di qualche passo dall’Osteria in direzione mare, incontriamo la flower designer Laura Acciarri, titolare di un laboratorio di decorazioni floreali, una delle storiche botteghe artigiane che imperlano il centro storico. Arriviamo così agli altri maestri artigiani, i ceramisti di Argyla, attività premiata con il logo “Marche eccellenza artigiana”. Quest’officina, bellissima da visitare d’estate con il clima gradevole, lavora con volontà e passione anche nella solitudine del borgo e durante il freddo della stagione invernale.

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Scendiamo verso la terrazza panoramica del Borgo Antico, V tappa, che ci propone come secondo degli spiedini di pollo fritti all’anice verde di Castignano e un calice di Rosso Piceno Superiore Velenosi.

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Ma i secondi non sono mica finiti qui. Percorrendo le mura strette del vecchio incasato, arriviamo alla Vineria M481, nostra VI tappa. La vineria è situata davanti a quelli che in passato erano i pubblici lavatoi (un tempo utilizzati anche per la lavorazione della canapa ed oggi delle suggestive cavernette davanti cui è possibile cenare) e basta alzare di poco gli occhi per ammirare la Chiesa di Santa Lucia, l’edificio voluto da Papa Sisto V e costruito nell’ultimo decennio del 1500.
La proposta culinaria del M481 è un arrosto di maiale con verdurine al forno e un altro rosso piceno, stavolta un Bio Rosso Bello de Le Cagnette.

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1239964_229433813877620_525816181_nPer la settima ed ultima tappa di Juttenìzie si approda al Frangipane Casual Restaurant, un connubio di minimalismo ed eleganza dentro il quale assaporiamo un delicato dolce al cucchiaino accompagnato da caffè e Dulcesco Line Art “Tenute del Borgo”. Il percorso finisce qui: se vogliamo ci avviamo verso l’uscita, se invece gradiamo temporeggiare ancora un po’ nel paese possiamo costeggiare il basso delle mura per ammirare la villa di Pericle Fazzini, poi la Chiesa di Sant’Agostino per risalire, infine, e ripetere il percorso di andata al contrario.

 

Il prossimo appuntamento di Juttenìzie proporrà lo stesso menu – queste le parole di Giuseppe Rivosecchi, titolare della Vineria M481 e presidente dell’associazione Paese Alto – e dedicherà una maggiore attenzione alle piccole pecche riscontrate domenica scorsa, quali, ad esempio, la fila all’ingresso.
Si ringraziano per la collaborazione i B&B Villa Paola, Villa Fiorita, Casa Pazzi e Tre finestre sul mare.
Per maggiori informazioni: Pagina Facebook di Juttenìzie
*Non è prevista la prenotazione, ma è possibile acquistare le prevendite presso la Vineria M481 (Via Santa Lucia, 14 – tel. 328 8191162  o  339 4047601) o recarsi direttamente al Ghiotto Point durante le giornate dell’evento.

Le pesche dolci di Acquaviva Picena

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Acquaviva Picena, caratteristico borgo situato sulla collina alle spalle di San Benedetto del Tronto, è celebre per il suo artigianato locale (basti pensare alle pagliarole) e per l’enogastronomia: oltre alla produzione di olio e vino, tra cui il Rosso Piceno Superiore ed il bianco Falerio dei Colli Ascolani, troviamo infatti salami, lonze, fegatini con le uova, le pappardelle alla papera e tante altre specialità da poter gustare o negli agriturismi disseminati nel suo territorio, o nei ristoranti del centro storico.
Per i palati più golosi, la tradizione acquavivana propone dolci come gli spumini, i crostini alle mandorle e le famose “pesche dolci”, ovvero paste frolle con ripieno di cioccolata e bagnate di alchermes, liquore che conferisce loro quel caratteristico colore rosato. Ed è delle pesche che oggi vi parliamo.

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Gli ingredienti:

  • 3 uova
  • 150 gr. di zucchero
  • 150 gr. di burro
  • 1/2 bicchiere di latte
  • scorza di limone grattuggiato
  • 1 bustina di lievito
  • farina q.b. (circa 6/700 gr., a seconda del grado di fragranza desiderato)
  • Nutella
  • Alchermes

Il procedimento: 

– Disponete in un’ampia ciotola la farina, lo zucchero,il lievito e la vanillina, con al centro il burro tagliato a tocchetti, le uova e la buccia di limone grattugiata.

– Impastare il tutto ed aggiungere il latte fino ad ottenere una massa abbastanza morbida

– Formare con l’impasto tante palline grandi, ad occhio, come una noce. Adagiatele su una teglia da forno ben distanziate l’una dall’altra e infornatele per 15/20 minuti a 180° (il forno deve essere già preriscaldato)

– Una volta terminata la cottura, spalmate sulla parte di piatta di ogni semisfera la cioccolata. Coprite con un’altra semisfera e fate aderire

– Preparate una ciotola con l’alchermes e un piattino con lo zucchero. Immergete prima la peschetta nell’uno e poi rotolatela nel piattino per zuccherarla

– Mettete le pesche in frigorifero per un’ora… e poi saranno pronte da gustare!

 

La video-ricetta:

La sagra delle frittelle a Massignano

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la sagra delle frittelle 2013 a Massignano

Ogni anno il 14 agosto il paese di Massignano si trasforma in un pullulare di colori e musica per una delle feste popolari culinarie tra le più antiche della provincia di Ascoli Piceno: la Sagra delle frittelle. “È stata la prima e resta la più bella”. Questo lo slogan dell’evento dell’estate massignanese, giunto ormai alla cinquantacinquesima edizione. Le frittelle, caratteristica pietanza che in realtà appartiene alla tradizione carnascialesca, sono dolcetti fritti, morbidi e molto gustosi, con un delicatissimo aroma di limone e cannella. Alcune fonti storiche narrano le origini della sagra: Ferragosto era il periodo del ritrovo per i massignanesi che erano fuori per lavoro e, proprio alla vigilia della festa mariana, alcuni cittadini da poco rientrati in paese attendevano il ritorno di Emilio Laureti, detto “il pescatore”, presso la bottega di Celso Corpetti, consueto punto di ritrovo degli uomini del paese. Per ingannare il tempo dell’attesa gli uomini pensarono di fare una merenda, preparando così le frittelle. Da questa merenda nasce la Sagra delle frittelle, che verrà ufficializzata dalla Proloco il 14 agosto 1959 e che ancor oggi, si svolge in un solo giorno proprio per mantenere forte il legame  rievocativo con la prima famosa merenda.

sagra-frittelle-massignanoIn oltre mezzo secolo la manifestazione ha richiamato migliaia di turisti e abitanti del territorio, mantenendo sempre vivo l’entusiasmo delle prime edizioni. Patrocinata e coordinata  dall’Amministrazione comunale, la sagra è organizzata dalla  Proloco con il coinvolgimento di tutta la comunità massignanese. Fin dalle prime ore del mattino le bravissime massaie locali danno sfoggio della loro arte preparando l‘impasto, mentre nel primo pomeriggio si accendono i fornelli e inizia la frittura. A partire dalle ore 18 l’apertura degli stand gastronomici: oltre alla frittella, regina della serata, si potranno gustare pennette all’arrabbiata, fagioli, arrosticini, panino con salsiccia, pizzette fritte, patatine. La serata quest’anno sarà allietata dai “Pupazzi”, gettonatissima cover-band locale che spazia dal pop alla musica leggera, dalle note sigle televisive dei cartoni e dei telefilm degli anni Ottanta e Settanta fino alla surf music degli anni Sessanta.

Come ogni anno saranno disponibili grandi parcheggi attrezzati e servizio bus navetta gratuito per raggiungere il centro del paese.

Quando: 14 agosto dalle ore 18 in poi
Dove: Parco delle Rimembranze (piazzale dell’edificio scolastico) di Massignano
Per maggiori informazioni: Pro Loco Massignano – 073572112

 

Che cos’è l’Asado

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Dal 5 all’11 agosto l’Ex-Galappotaio di San Benedetto del Tronto ospita Que Rico!, la prima grande sagra tradizionale argentina a base delle specialità tipiche dei nostri cugini sudamericani. Nel menu compaiono infatti le empanadas (panzerotti fritti ripieni), il chorizo (la salsiccia), i choripan (panini con la salsiccia) e il celebre piatto nazionale argentino, l’asado.
L’asado, che tradotto letteralmente equivale al nostro “arrosto”, indica sia un piatto che una particolare tecnica di barbecue utilizzata, oltre che in Argentina, anche in Brasile, Cile, Colombia, Paraguay, Perù e Uruguay.
Un asado classico in genere consiste in carne di manzo (ma può essere anche di ternera, cioè di vitello) ed altri tipi di carni che vengono cucinate su una griglia, la cosiddetta parrilla, o a fuoco aperto.
In occasione di eventi più formali, come al ristorante, la preparazione spetta all’ asador o parrillero, mentre invece se ci si trova in famiglia o tra amici, come avviene per i nostri barbecue all’italiana, viene effettuata in modo collettivo da volontari.
que-rico-sagra-argentina-san-benedetto-del-trontoCaratteristica del piatto è la sua cottura, particolarmente lenta (si possono impiegare anche ore), che serve ad esaltare il sapore e la consistenza della carne. Di solito si inizia con l’accensione del carbone vegetale, composto da alberi autoctoni, escludendo pini ed eucalipti, poiché questi ultimi emanano resine maleodoranti. Ci sono due modi per procedere alla sistemazione della carne sul fuoco: il primo prevede l’accensione del fuoco per terra circondato da croci di metallo, le asadores, su cui si fissa l’intera carcassa dell’animale per permetterle di assorbire tutto il calore. Nel secondo caso si fa il fuoco, si lascia formare il carbone e vi si poggia una semplice griglia sopra con le carni. Il calore e la distanza dalla brace sono sempre controllati per permettere la lentezza della cottura, stimata mediamente intorno alle 2 ore.
Per quanto riguarda il condimento, l’unica aggiunta è quella di sale prima e/o durante la cottura, oppure per insaporire ancora un po’ c’è il chimichurri, una miscela di olio, spezie, aceto e limone.

Se volete cimentarvi nell’impresa, ecco un tutorial per la preparazione dell’asado:

Moscow Mule e succo di melograno: i cocktail dell’estate 2013

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Ogni stagione estiva è unica, inimitabile e porta con sé tratti distintivi: nei tre mesi più attesi dell’anno musica, sport, moda, cucina si lasciano contaminare dalle fogge del momento e non di rado regalano invenzioni alla storia dell’umanità. Uno su tutti il bikini, esploso negli anni ’60, o i tormentoni musicali (dalle melodie spesso discutibili, sì) che spintonano le frequenze radio per morire a settembre, fino ad arrivare agli intramontabili sandali (a tal proposito forse non tutti sanno che l’abbinamento sandalo-calzino è originario dell’Antica Roma). Anche il mondo del gusto si colora di esotico ed oggi ci dissetiamo parlando di due bevande – una a base di vodka, l’altra analcolica – quotatissime per l’estate 2013: il Moscow Mule e il succo di melograno.

Moscow Mule
Fresco, dissetante e dal retrogusto speziato, il Moscow Mule non è di certo una new-entry nella lista dei più apprezzati long drink planetari. Deve la prima parte del nome, “Moscow”, alla patria del suo ingrediente base, la vodka, mentre con “mule” si è soliti indicare gli alcolici miscelati con il ginger e succo di limone.
Fu sperimentato per la prima volta nel lontano 1941 al Catham Hotel di New York da tre amici: John “Jack” Morgan, proprietario dell’azienda Cock ‘n’ Bull (produttrice del ginger beer) e dell’omonimo celebre ristorante ad Hollywood, John G. Martin, distributore di cibo e bevande nella East Coast, e Rudolph Kunett, presidente del marchio di vodka Pierre Smirnoff. I tre erano al terzo aperitivo quando cominciarono a chiedersi cosa sarebbe successo mischiando il ginger beer di Morgan con uno shot di vodka e una spruzzata di lime.
Si fecero portare un boccale di rame, lo riempirono con gli ingredienti, contarono fino a 5 e lo scolarono alla goccia. Qualche giorno dopo il cocktail fu battezzato con la denominazione attuale diventando uno dei drink più richiesti dapprima a Los Angeles, poi in tutto il mondo.

Ingredienti:

  • 5 cl di vodka neutra
  • 11 cl di Ginger Ale                              Moscow-mule-cocktail-estate-2013
    (o Ginger Beer, difficile da reperire ma qualitativamente migliore)
  • una spruzzata di succo di lime
  • 3/4 fettine di cetriolo
  • menta q.b.
  • tanto ghiaccio

Il Moscow ha una preparazione molto semplice, basta riempire un tumbler grande con il ghiaccio, versare il succo di lime, la vodka e per ultimo il ginger. Una girata di cucchiaio ed è pronto da gustare.
Se non capite l’inglese, passate direttamente al minuto 1:20 e sarà tutto più chiaro (forse non lo sarà dopo averne bevuti due, ma questa è un’altra storia):

Succo di melograno
Nato e coltivato originariamente in Asia, soprattutto in Turchia, nell’antichità ebraica il melograno era il simbolo della fertilità e ricchezza, a causa dell’elevato numero di semi contenuti al suo interno. Alcuni teologi ebraici sostenevano addirittura che l’antico Albero della Vita, quello che per Adamo rappresentava la conoscenza suprema, fosse in realtà proprio una pianta di melograno. Lasciando da parte le interpretazioni, senza dubbio affascinanti ma discutibili – ad esempio i rastafariani sono convinti (convinti sul serio) che l’Albero sopracitato sia la marijuana – torniamo al nostro frutto e al succo da esso estratto. L’ingrediente è unico, i benefici molteplici: la spremuta di melograno è infatti ricca di vitamina C, di potassio e antiossidanti. Uno studio condotto in Israele nel 2004 ha dimostrato come, bevendone un bicchiere al giorno per un anno, si riducano i livelli del colesterolo e i radicali liberi responsabili dell’invecchiamento.
Per la preparazione, armatevi di santa pazienza e di qualche frutto: tre o quattro basteranno per farne una spremuta da 250 ml. Non aggiungete zucchero e preparatevi a scoprire che, oltre ad essere sano e nutriente, il succo di melograno è anche buono!

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Passione pesce & Igerspiceni per Anghiò: le prime foto

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Siamo giunti alla quinta giornata di Anghiò, il festival del pesce azzurro che dal 15 al 23 giugno si svolge presso la Rotonda Giorgini di San Benedetto del Tronto.
Molti di voi nei giorni scorsi hanno puntato l’obiettivo su golosità, piatti e chef  in vista del contest fotografico ideato dagli Igerspiceni e da Passione Pesce by Condipresto Esca. Avete ancora tempo fino a domenica 23 per partecipare all’iniziativa: basta avere uno smarthpone e immortalare e condividere su Instagram un momento della serata inserendo l’hashtag #passionepesce.

Abbiamo raccolto per voi 50 foto. Scorrete in basso con la freccia direzionale per le prime venti. Una volta giunti al termine della pagina cliccate “read next page” per guardare le altre. Buona visione!
(N.B.: non ci assumiamo alcuna responsabilità riguardo attacchi di fame improvvisi e/o bavetta alla bocca da parte dei lettori)

Genesi del brodetto sambenedettese

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Piatto tipico per eccellenza, il brodetto sambenedettese nasce dalla parte del pescato non destinato alla vendita e ruota attorno a tre imprescindibili ingredienti: acetopomodori e peperoni verdi.

Foto instagram di @maurocorinti

La ricetta originaria – secondo la leggenda composta da 12 tipi di pesce, tanti quanti gli apostoli – si è tramandata di decennio in decennio tramite le narrazioni orali degli uomini di mare: dai pescatori di paranza è passata alle donne di casa, dalla banchina del porto ai vicoli della città, dalle antiche famiglie marinare alle cucine dei ristoratori della costa.
Le specie più utilizzate rispondono ai nomi di coda di rospo, mazzolina, vocca in capo, scorfano, ragno, triglia, busbana o merluzzo, razza chiodata, palombo, gattuccio insieme a seppie.
E in base ai diversi ingredienti una prima grande distinzione è quella tra brodetto dei poveri (o “di barca”)brodetto di casa e brodetto di ristorante. Se la zuppa dei meno abbienti veniva preparata di frequente a bordo delle barche fino alla seconda guerra mondiale (in genere con una sola specie di pesce), il brodetto di casa cambia di famiglia in famiglia (ognuna ne rivendica la legittimità) mentre al ristorante è facile trovarne una rivisitazione con l’aggiunta di cozze, vongole e scampi.

Ad oggi ne esistono infinite variazioni regionali – c’è quello di Fano e di Ancona; nazionali – sardo e termolese; e persino internazionali – l’ho mok talee ne è il lontano cugino tailandese. Il professore sambenedettese Renato Novelli, nella sua Brodettogonia (che non è l’agonia digestiva del brodetto, ma uno studio sulla tradizione del piatto), prova a delinearne storia e caratteristiche definendolo così:

“Il brodetto sambenedettese somiglia alla commedia dell’arte: caratteri fissi e variazioni improvvisate […] la ricetta ci era stata data dagli uomini del mare, la povertà li aveva spinti a mettere insieme i pesci spinosi e poco vendibili, come lo scorfano, con altri di poco prezzo come la seppia o con altri ancora di valore come la triglia o il pesce gatto”.

Una ricetta quindi figlia non soltanto della povertà, le cui origini sembrano risalire al mare stesso e rimangono tuttora sconosciute o solo ipotizzate. Shakespeare l’aveva profetizzato: quanto rumore per un piatto! ma, a quanto pare, il brodetto è davvero un cosmopolita, figlio di N.N. e senza fissa dimora, un saporito calderone in cui l’antica cucina marinara di San Benedetto del Tronto si mescola al variegato repertorio di ingredienti pescati direttamente dall’Adriatico.

Vini DOC e DOCG del Piceno

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Il territorio del Piceno è una delle aree a maggiore vocazione vinicola delle Marche. Dalle colline lungo l’Adriatico fino alle pendici del Monte Ascensione e in vista dei monti Sibillini il paesaggio è disegnato dai vigneti che si alternano alle coltivazioni di olivo.
Il Piceno è stato inizialmente conosciuto per il suoi vini rossi, i primi ad ottenere riconoscimenti nazionali, progressivamente affiancati da bianchi autoctoni, riscoperti da produttori ed enologi locali che ne hanno saputo intuire le potenzialità.

Rosso Piceno e Rosso Piceno Superiore
La DOC Rosso Piceno, istituita già nel 1968 e modificata nel 1997 e nel 2005, è prodotta in buona parte delle Marche. Il vino è frutto di un blend di Montepulciano (35%-70%) e Sangiovese (30%-50%), con un disciplinare che permette l’impiego di un 15% di altri vitigni a bacca rossa, non aromatici, raccomandati o autorizzati nelle province di coltivazione.
Il Rosso Piceno Superiore viene invece prodotto in un’area che comprende soltanto 13 comuni:
l’intero territorio di Acquaviva Picena, Castorano e Offida e parzialmente quello di Appignano del Tronto, Ascoli Piceno, Castel di Lama, Colli del Tronto, Grottammare, Monsampolo del Tronto, Monteprandone, Ripatransone, San Benedetto del Tronto e Spinetoli.
Oltre alla ristretta area di produzione il Rosso Piceno Superiore deve essere affinato in legno per almeno un anno.

Falerio
La DOC Falerio, istituita nel 1975 e modificata nel 1997 e nel 2003, è il vino che tradizionalmente accompagna i piatti di pesce dell’Adriatico. Vengono impiegate uve di Trebbiano Toscano (20%-50%), Passerina (10%-30%), Pecorino (10%-30%) e fino a un massimo del 20% di altre varietà a bacca bianca, raccomandate o autorizzate dalla Provincia di Ascoli.

DOCG Offida
La più giovane tra le DOC del Piceno, istituita nel 2001, ha ricevuto dopo appena dieci anni la denominazione DOCG. Con decreto del 2011 viene infatti istituita la DOCG Offida per le tipologie Pecorino, Passerina e Rosso.
Per la tipologia Pecorino deve essere presente almeno l’85% di questo vitigno e un massimo del 15% di altri vitigni non aromatici a bacca bianca idonei alla coltivazione nelle Marche.
Per la tipologia Passerina deve essere presente almeno l’85% di questo vitigno e un massimo del 15% di altri vitigni non aromatici a bacca bianca idonei alla coltivazione nelle Marche.
Per la tipologia Rosso deve essere impiegato almeno l’85% di Montepulciano e un massimo del 15% di altri vitigni non aromatici a bacca rossa idonei alla coltivazione nelle Marche.
Inoltre Pecorino e Passerina possono essere prodotti nei territori comunali di Acquaviva Picena, Appignano del Tronto, Casteldilama, Castorano, Castignano, Cossignano, Montefiore dell’Aso, Offida, Ripatransone, nonche’ parte dei territori comunali di Ascoli Piceno, Colli del Tronto, Campofilone, Carassai, Cupramarittima, Grottammare, Montalto Marche, Massignano, Monsampolo del Tronto, Montedinove, Monteprandone, Pedaso, Petritoli, Rotella, San Benedetto del Tronto, Spinetoli.
L’Offida Rosso può essere prodotto soltantno nei territori comunali di Ripatransone, Offida, Acquaviva Picena, Castorano, Castel di lama, Cossignano, Appignano del Tronto e parte dei territori comunali di Ascoli Piceno, Colli del Tronto, Spinetoli, Monsampolo del Tronto, Grottammare, Massignano, Carassai, Montefiore dell’Aso, Montalto Marche, Castignano, Monteprandone e San Benedetto del Tronto.
L’Offida Rosso può essere consumato solo dopo 24 mesi di affinamento, di cui 12 in legno e 3 mesi in bottiglia.
Dal disciplinare:

La DOCG Offida è riferita a tre tipologie di vino: Pecorino, Passerina e Rosso che presentano caratteristiche organolettiche ed analitiche peculiari uniche e non riproducibili in un altro posto, caratteristiche che ne permettono una facile individuazione e tipicizzazione legata all’ambiente geografico.
I vini Offida Pecorino hanno un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, un buon livello di acidità, all’olfatto si riscontrano note floreali (fiori bianchi), fruttate di ananas, sentori di anice e salvia, al gusto sono freschi, minerali sapidi, sono vini “lunghi” perché hanno un retrogusto persistente.
I vini Offida Passerina hanno un colore giallo paglierino con riflessi giallognoli, all’olfatto si riscontrano note di frutta a polpa gialla e sentori agrumati, al gusto sono freschi, minerali e hanno un retrogusto persistente.
I vini Offida Rosso hanno colore rosso rubino con tendenza al granato, all’olfatto spiccano note di frutti rossi e sentori di liquirizia e cioccolato, al gusto sono morbidi, ampi con un lunghissimo retrogusto.

Per approfondire consigliamo il sito del Consorzio Vini Piceno.